Da "l'Unità", 14 febbraio 2000


VITA E MORTE DELL'INESISTENTE ARTISTA SERBO DARKO MAVER

Uno dei protagonisti racconta l'ennesimo scherzo del gruppo bolognese ideato per mettere alla berlina il mondo dell'arte.

di Antonio Caronia

 

La verita' e' stata dunque svelata. Darko Maver, l'artista serbo che aveva fatto parlare di se' l'anno scorso in Italia e in Europa per la cupezza, la radicalita', ma anche la stramberia delle sue operazioni artistiche, e' un personaggio inesistente, frutto della fantasia fervida (secondo alcuni), malata (secondo altri) di un gruppo di giovani che operano a Bologna e che si fanno conoscere con l'ostico nome del sito Internet da essi creato (HTTP://WWW.0100101110101101.ORG) e che e' uno dei centri delle loro attivita'. Nel 1998 circola in rete un periodico elettronico, "EntarteteKunst" ("Arte Degenerata"), redatto da alcuni giovani bolognesi vicino al Luther Blissett Project. E' qui che iniziano a girare le prime notizie su un misterioso artista-performer che percorre i territori della ex Iugoslavia lasciando in camere d'albergo e vecchie case disabitate macabre messe in scena di assassinii realizzate con manichini (ma che a prima vista appaiono reali agli occhi degli sconcertati vicini e della polizia accorsa sui luoghi). Vengono diffuse anche alcune scarse notizie biografiche (nascita nel 1962 vicino a Belgrado, studi interrotti all'Accademia di Belle Arti di quella citta', trasferimento a Ljubljana, viaggi in Italia, inizio nel 1990 del progetto itinerante "Tanz der Spinne", ("Danza del ragno"), e alcuni brevi testi, chiaramente deliranti, sulla "scomparsa del corpo" e una improbabile "anaforagenetica". Nell'agosto del 1998 la Kapelica Gallery di Lubiana organizza una prima mostra con materiali di "Tanz der Spinne", che nel febbraio dell'anno seguente verra' replicata al Livello 57 di Bologna. Darko Maver intanto, in Serbia e nel Kosovo, viene piu' volte arrestato e rilasciato, con l'accusa di propaganda antipatriottica, ed e' rinchiuso nel carcere di Podgorica dall'inizio del 1999. I sostenitori di Maver in Italia diffondono la notizia in comunicati firmati "Free Art Campaign". Due riviste italiane parlano di Maver nel marzo del 1999, Tema celeste riprendendo semplicemente il comunicato, e Flesh Out con un articolo piu' ampio a firma di chi scrive, corredato di immagini. In maggio viene diffusa la notizia della morte dell'artista in carcere, in circostanze misteriose. Un articolo su Modus vivendi, nel luglio dello stesso anno, mette in relazione la morte di Maver con la guerra della Nato contro la Serbia. E con la morte arriva la "consacrazione": Maver approda alla 48° Biennale di Venezia, nel settembre scorso, mentre al Forte Prenestino di Roma viene organizzata una retrospettiva completa dell'artista. Alla Biennale dei giovani artisti di Roma, in giugno, era stato presentato uno spettacolo teatrale dedicato a Maver.

Adesso la rivendicazione della beffa. Ma qual e' il significato di questa operazione? Su questa stessa pagina rispondono a questa domanda i principali responsabili, gli esponenti di 0100101110101101.ORG. Ma qualche parola e' doverosa anche da parte dell'autore di questo articolo, che scrisse su Darko Maver, come abbiamo detto, sulla rivista Flesh Out nel marzo scorso. Io ero infatti a conoscenza dell'inesistenza del personaggio, e se decisi (insieme alla direzione della rivista) di non rivelare allora quello che sapevo, anzi di appoggiare l'iniziativa, fu perche' credevo nella sua utilita': sapevo bene che, presto o tardi, la beffa sarebbe stata rivendicata, perche' era stata concepita proprio a questo scopo. Operazioni del genere non sono nuove, nel mondo dell'arte. Basti ricordare il gigantesco fallo eruttante fuochi d'artificio ("La Vittoria"), costruito da Jean Tinguely, che comparve agli occhi attoniti delle migliaia di persone radunate in Piazza del Duomo, a Milano, il 28 novembre del 1970, in occasione di una manifestazione sul Nouveau Realisme (una stampa imbarazzatissima, il giorno dopo, decise di glissare bellamente sulla provocazione). O l'identita' femminile di Rrose Selavy con la quale Marcel Duchamp, negli anni Venti, firmo' alcuni ready made, costruendo attorno all'inesistente personaggio tutta una rete di misteriose allusioni e di divertenti e arcani reperti, compresa una foto di Man Ray che in realta' ritraeva l'artista in abiti femminili. Queste, e molte altre operazioni del genere, sono stati dei veri e propri interventi critici, oltre che espressioni artistiche, da parte di figure ben radicate nel mondo dell'arte ma al contempo consapevoli del carattere fittizio, in qualche modo "inautentico" delle opere. L'operazione Darko Maver, in buona parte, condivide questa tensione a ricongiungere (attraverso il paradosso) l'arte con la vita, ma ha un significato ancora piu' specifico. Che non e' tanto quello, come puo' sembrare a prima vista, di ingannare critici e giornalisti (spesso complici, come abbiamo visto, dell'iniziativa), per gettare discredito sul mondo dell'arte. Nelle intenzione degli autori della beffa c'era anche, naturalmente, la volonta' di mettere in luce il carattere artificioso di questo mondo, il ruolo che hanno critici e galleristi nel determinare il successo e l'insuccesso degli artisti, ben piu' della misteriosa "ispirazione" di questi ultimi. E, sullo sfondo, come sempre, il ruolo fondamentale del mondo dei media, che contribuiscono sempre piu' a certificare, agli occhi del cittadino-consumatore, la "realta'". Ma tutto cio', in qualche modo, e' ben noto anche al di fuori dei confini dell'underground, anche se spesso non ci si riflette abbastanza. La cosa piu' interessante di tutta questa vicenda, per me, e' che essa porta allo scoperto, con la forza dello sberleffo, il carattere sociale della produzione artistica. Se non ci sono specifiche istituzioni sociali (i musei, le gallerie, le riviste specializzate, ma adesso anche i centri sociali, anche i gruppi di opposizione radicale) che "garantiscono" l'opera, l'arte non esiste. Se qualcuno di cui in qualche modo mi fido (il critico, il commentatore) non certifica l'esistenza e il valore dell'artista, l'artista non esiste. Ma il patto che delegava a queste istituzioni culturali specializzate il compito di "gestire" l'arte (e la cultura in genere) adesso scricchiola, sotto la spinta delle nuove tecnologie, di Internet, ma non solo, sotto la spinta della gigantesca scomposizione e ricomposizione sociale che scuote il capitalismo finalmente globalizzato. E allora, tra le pieghe di questi processi, chiunque puo' riprendere la parola, non per sbeffeggiare l'arte, non per decretarne la "morte" in nome di un'avanguardia, ma per mostrarne la possibile scomparsa, riassorbita nel flusso della creativita' sociale. Darko Maver non e' ancora tutto questo, s'intende, e' solo un indizio che, se si vuole, questo puo' essere fatto.