Da "Rai.it", 8 May 2001


Life_Sharing

La condivisione della vita


di Marco Deseriis

Uno sbarramento, un ostacolo, un interruzione del senso. "Ora - sei - nel - mio - computer" recita la scritta accampata sulla porta d'ingresso a 01001101110101.ORG. Bussi una decina di volte, premendo insistentemente sul battente dell'OK. "OK, ho capito, posso entrare?" verrebbe da dire. Sì puoi entrare. Benvenuto in life_sharing.

Life Sharing, condivisione della vita (o anagrammando life con file, condivisione dei documenti tra due pc) è l'ultimo progetto di 0100101110101101.org. Commissionato dalla Gallery 9 del Walker Art Center di Minneapolis, life_sharing segna una svolta nel modo di rappresentare il Web. Le entità rigorosamente celate dietro la stringa di 01 offrono infatti a tutti, a partire dal 1 febbraio di quest'anno, la possibilità di accedere al loro personal computer. Grazie a un'interfaccia costruita in Linux chiunque può consultare in tempo reale la loro posta elettronica, sbirciare tra i documenti personali, copiare software, immagini, testi. La privacy viene spazzata via con un colpo di dati, o, come avrebbe detto Apollinaire, con un colpo di dadi.

L'azzardo è evidente, sotto gli occhi di tutti c'è l'esibizione di una sorta di nudismo dei dati, come l'ha definito Matthew Fuller. Si assiste dunque a un curioso rovesciamento: un ensemble di plagiaristi digitali noto fino ad oggi per essersi appropriato di siti altrui, svela tutti i suoi segreti. Perché il passaggio dal plagiarismo all'esibizionismo sia comprensibile è necessario ripercorrere la storia di 0100101110101101.org.

 

La beffa di Darko Maver

0100101110101101.org è un dominio che entra in essere alla fine del 1998, in quel di Bologna. Tra i primi colpi messi a segno c'è la la beffa di Darko Maver rifilata alla 48 Biennale di Venezia e a riviste d'arte più o meno istituzionali. Di Darko Maver si sa che è un artista sloveno che ha girovagato negli anni della guerra nella ex-Jugoslavia, tra alberghi e case abbandonate, depositandovi modelli realistici e cruenti di vittime di omicidi. Il conseguente arresto nel 1997 per propaganda anti-patriottica, ha sollevato una campagna per la libertà d'espressione che ha coinvolto diversi artisti italiani. La sua morte, intervenuta in circostanze oscure nel maggio del '99 in una prigione del Kosovo, apre le porte a un tributo nell'ambito della Biennale di Venezia e a una retrospettiva completa al Forte Prenestino di Roma.

L'unico inconveniente è che Maver non è mai morto. O meglio, non è mai esistito. Il nome dell'artista è stato pescato casualmente in una bibliografia, la documentazione fotografica proviene da vari siti Internet, la campagna di solidarietà è una pura invenzione. L'operazione - orchestrata da Entartete Kunst (Arte Degenerata), webzine e newsletter gestita da 0100101110101101.org - non è volta solo a criticare i meccanismi di selezione del sistema dell'arte. Al contrario, essa pone l'accento sulla costruzione artificiale, sulla tessitura di una narrazione collettiva che dà luogo alla nascita di un mito (mitopoiesi). L'effetto realistico prodotto da questa fiction, si fonda sull'intima conoscenza dei meccanismi narrativi che soggiacciono ai reseaux mediatici (il modo in cui la notizia nasce e si diffonde). I paragoni che vengono in mente sono diversi e vanno dalla diffusione via Internet della leggenda di Blair, antefatto e lancio del film The Blair Witch, alle numerose beffe mediatiche realizzate con il nome multiplo di Luther Blissett.

 

Il plagio di rete

Per approfondire la conoscenza di questi meccanismi, tra il 1999 e il 2000 0100101110101101.org si dedica al plagio di siti di web art, che sembrano muoversi in contraddizione con la libera circolazione delle informazioni. Il primissimo turno tocca a Hell.com una sorta di anti-sito apparentemente senza contenuti e inaccessibile al pubblico. Come primo tentativo di sfruttare l'hype che circondava la nuova forma d'arte Hell organizzò nel febbraio del 1999 Surface, una mostra su web che promuoveva artisti come zuper!, absurd, fakeshop e altri ancora. All'inaugurazione dell'evento, fu invitato, come in una comune galleria, solo un ristretto numero di persone. A godere del privilegio (a essere cioè dotati di una password) furono i sottoscrittori di Rhizome, uno dei primi network di net.art. Durante le 48 ore dell'opening, mimetizzandosi tra la folla dei visitatori, "0" e "1" entrarono nel sito e ne scaricarono l'intera struttura. La ripostarono quindi sul proprio sito, ma senza protezioni, rendendola così di pubblico dominio.

La seconda a cadere nella trappola fu Olia Lialina, net.artist russa di prima generazione e fondatrice della prima galleria su Web, Art.Teleportacia, che metteva in vendita diverse opere di net.art, legate soprattutto al primo periodo. Difficile comprendere come fosse possibile vendere opere già accessibili a tutti. Opere cui manca necessariamente quel carattere di unicità che ha contraddistinto l'opera d'arte, con poche eccezioni, prima dell'avvento del digitale. Per questo motivo la galleria venne risucchiata in quel vortice di zeri e di uno di cui, in fondo, essa stessa era composta.

Dopo Art.Teleportacia (siamo ora nel settembre del 1999) fu la volta di Jodi. Se fino a quel momento 0 e 1 avevano re-mixato in modo random le pagine copiate dai net.artist, il sito di Jodi venne semplicemente clonato. "Downloaded and uploaded", senza la minima variazione.

A questo punto, e siamo ormai alle cronache più recenti, la stampa internazionale online (Le Monde, New York Times) prende coscienza dell'esistenza di un sito che si dedica scientificamente al plagio dell'arte-on-line. Si diffonde così l'allarme sui rischi che la commercializzazione della web art corre. Senza che si tenga conto che nel sovraccarico informativo, il problema è proprio quello della visibilità. E, che, quindi, per usare un termine caro a Benjamin, la replicazione accresce l'aura di un'opera anziché indebolirla.

 

Oltre il peer-to-peer

Con life_sharing le questioni legate alla proprietà intellettuale precipitano ulteriormente, ma dal punto di vista speculare. Se precedentemente 0100101110101101.org "si era limitato ad attaccare situazioni che si presentavano in aperta contraddizione con l'evoluzione della rete", life_sharing propone un nuovo modo di distribuire e fruire le informazioni. Se si vuole, si tratta di una radicalizzazione delle architetture peer-to-peer: ad essere condivisi qui non sono solo files musicali o parti del nostro disco rigido, ma tutta la macchina. Una macchina che conservando traccia delle nostre operazioni, si avvicina sempre più al nostro modo di sentire e ragionare, più che a un insieme di files statici.

Non a caso, il sistema operativo su cui il progetto gira è Linux, registrato con la General Public Licence, una licenza che protegge l'apertura del codice sorgente dei software. La sfida lanciata da 0100101110101101.org è quella di estendere questa licenza a tutti i prodotti dell'intelletto che non siano già protetti da copyright. Lo scopo non è quello di rendere ogni creazione gratuita (la GPL non esclude infatti che i prodotti possano essere venduti), quanto liberamente modificabile e riutilizzabile.

Il vero nodo del progetto rimane dunque quello dell'abolizione delle barriere tra sfera pubblica e privata. Come spiegano gli 01 nel testo di presentazione del progetto: " I siti vengono aggiornati solo periodicamente, ma il cuore dei contenuti di Internet rimane inaccessibile in tempo reale. C'è un forte ritardo tra il tempo in cui un file viene prodotto e il tempo in cui diviene realmente accessibile in rete: il tempo della formattazione e dell'upload. Life_sharing abolisce questi "ritardi", consentendo un accesso in tempo reale ai suoi contenuti. L'utente può anche conoscere alcuni dati (ad esempio, le e-mail o i log) prima di 0100101110101101.org, connettendosi a life_sharing mentre non siamo al computer".

Diverse sono le questioni sollevate da life_sharing. La vita sullo schermo rimane un costrutto artificiale, più mediato che mai. Allo stesso tempo le impronte che lasciamo ogni giorno sulla nostra macchina, ci somigliano terribilmente. Metterle a disposizione è un po' come condividere la nostra nuova pelle. Non si può sapere se gli altri si limiteranno a contemplarla, decideranno di utilizzarne delle parti, o sfrutteranno questa esposizione per praticare dei fori e dei tagli più o meno dolorosi. Siamo vicini al grado zero dell'identità e non è detto che il prossimo passo segni necessariamente un approdo all'unità.