Da "La Stampa", 12 febbraio 2000, pag.23


Arte e vita ai tempi di Internet

L'ARTISTA INESISTENTE


di Marco Vallora

Arriva con grande strepito la notizia che uno degli artisti di cui recentemente si e' parlato con moderazione in occasione dell'ultima Biennale, ma con una certa particolare attenzione "militante" da parte di certe riviste di critiche d'arte presunte impegnate e chic, arriva la notizia-bomba che non esiste, che era tutto un bluff. Il solito, imprendibile, proteiforme, spiritoso Luther Blissett, dissacrante cerbero dalle mille teste telematiche. Che ovviamente accusa il mondo della critica e dell'arte di non capire nulla, di essere facile preda di trabocchetti, di vivere di finzioni: se un artista inesistente puo' diventare famoso nel giro di un anno, che serieta' puo' pretendere ancora il tronfio circuito critici-organizzatori-musei? Ha ragione, non c'e' dubbio. E allora ti dicono: ma tu come critico non ti senti coinvolto? Il problema non e' il fatto che quest'immaginario Darko Maver (creato a tavolino con tutti i suoi appetibili attributi giusti: sloveno, orfano, sfuggito all'Accademia, bombardato dalla Nato o forse suicida... sembra una trama alla Liala) non esista, perche' comunque qualcuno dietro questa "finzione" o "appearance" esiste pur sempre. Il problema e' piu' generale: non bisogna cedere di principio a questo sistema ridicolo e mafioso, che accetta ed esalta e organizza seminari su un presunto artista, che ha per unico "valore" il fatto di essere ex jugoslavo, ribelle, coinvolto dalla guerra, mentre nessun'importanza ha piu' se esista una sua opera oppure no. E dunque diventa "artista" soltanto grazie a quegli "charmes" mediatici: fa "notizia" e basta. Non e' un caso che la notizia della sua inesistenza arrivi il giorno in cui si teorizza a stampa sull'inesistente tatuaggio falce&martello della nipotina di Bertinotti. Anche il mondo dell'arte, oggi, procede cosi': e lo teorizzo' anni fa David Ross, direttore del Withney, in un allarmante testo in cui difendeva l'eteronomia dell'arte e la caduta delle barriere tra arte e vita: insomma, basta essere portoricani, o lesbiche, o minoranza etnica per meritarsi un posto nel museo. Del resto si scopre oggi che le immagini terribili spacciate per "arte" di Maver erano foto vere reperite nei siti Internet: appunto, nessuna differenza tra la vita e l'arte, come voleva D'Annunzio. Forse Szemann, il direttore della Biennale, di quest'equivoco, si divertira' un mondo, perche' questa notizia rafforza la sua visione ludica. Anni fa, del resto, un geniale artista brasiliano espose alla Biennale un fregio di tutti i biglietti da visita che gli avevano permesso di giungere in quel Sacro Recinto. L'opera non era altro che quel vuoto cammino.