Da "Il Nuovo", 31 gennaio 2001
Cybersquatting politico, i precedenti
Prima dell'Ocse, altri celebri bersagli degli squatter telematici sono stati il Wto, il vaticano e George W. Bush. Alcuni casi sono finiti in tribunale. Gli obiettivi? Controinformazione e provocazione.
di Sofia Basso
MILANO - Il falso sito dell'Ocse non è certo il primo caso di cybersquatting politico. Il modello arriva ancora una volta dagli attivisti di Seattle che, alla vigilia del vertice del Wto del novembre 1999, registrarono il dominio "gatt.org", il nome dell'antenato del World Trade Organization, e fecero un sito a immagine e somiglianza di quello ufficiale del Wto salvo, ovviamente, cambiare i contenuti dei documenti programmati. Cliccando le 15 sottosezioni della prima pagina, si possono quindi leggere le principali tesi del movimento di Seattle: già nel titolo del primo documento la globalizzazione è presentata come "una soluzione per pochi". E via così. L'azione fu subito scoperta e denunciata dal direttore del Wto che accusò gatt.org di creare confusione. La risposta degli squatter americani fu che il responsabile di confusione era il Wto, reo di "coprire il vero volto delle multinazionali". Gatt.org è ancora oggi uno dei siti principali del movimento anti-globalizzazione.
Altro caso di occupazione di un dominio per fini chiaramente ideologici fu quello messo a punto da attivisti anticlericali che nel gennaio 1999 registrarono il sito vaticano.org. Il trucco era sempre quello di fare un sito graficamente identico a quello ufficiale (vaticano.va) ma con alcune variazioni di contenuto: fecero particolarmente scalpore le dichiarazioni a favore dell'aborto, del sesso libero e della legalizzazione delle droghe aggiunte tra le righe di encicle papali riportate quasi fedelmente. Dal sito, poi, era addirittura possibile scrivere messaggi al Papa. Per un anno intero miglioni di utenti visitarono il sito "pirata" senza accorgersi di nulla. L'azione di controinformazione emerse solo quando, alla scadenza del contratto annuale di registrazione, la compagnia che gestisce i domini Internet (networksolution.com ) bloccò il rinnovo della licenza e la concesse a un'associazione cattolica romana.
Altro caso famoso è quello del sito "GWbush.com" che, fingendosi il sito ufficiale del candidato repubblicano, si buttò in una "controcampagna" elettorale agguerrita ribattendo punto su punto le affermazioni dell'allora governatore texano. Alla fine i supporter di Bush junior riuscirono a ottenere la titolarità anche di quel dominio. La battaglia legale più famosa su un indirizzo Web, comunque, è quella tra l'associazione culturale eToy.com (nata prima) e la compagnia di giocattoli eToys.com, che arrivò ad offrire fino a 500 mila dollari per ottenere la paternità anche dell'altro nome ma si scontrò con la determinazione del gruppo alternativo che condusse una sistematica operazione di sabotaggio delle quote in borsa dell'azienda antagonista.
Tra le azioni di sabotaggio elettronico spicca il "dirottamento telematico" messo a punto da un gruppo austriaco: chiunque aprisse alcuni siti che erano stati disseminati nei motori di ricerca si trovava di fronte a un uomo con un mitra in mano con la scritta: "Don't fucking move, this is a digital hijack". Il browser veniva totalmente bloccato e le alternative per il navigatore erano spegnere il computer o ascoltare il comunicato. La ragione? "Mostrare i limiti e le potenzialità inespresse di una rete soffocata dalla noia". Uno dei tanti fili rossi che unisce gli attivisti anti-globalizzazione di tutto il mondo, infatti, è la critica del modo in cui si sta sviluppando la comunicazione telematica: prigioniera, ritengono, "dei vecchi crismi del controllo, del profitto e del monopolio dei pochi ai danni dei tanti".