Da "Gospark", Jul 2001


La grande truffa dell'arte


Silvia Biagi

0100101110101101.org. Un nome impronunciabile e troppo lungo per essere memorizzato, ma abbastanza breve da poter essere contenuto nel campo delle URL di un browser: dietro questa stringa, che esplicitamente si richiama al codice binario, si cela l'identità di due tra i più interessanti artisti della rete, che proprio nell'anonimato ­ che in realtà coincide con una moltitudine di nomi ed identità - indicano una chiave di lettura fondamentale del loro lavoro. Lui si fa chiamare Renato Posapiano o Birkut, ma anche Franco Dagani, lei Tania Copechi o Lisa Parry. Vivono a Bologna, ma Birkut è nato fuori d'Italia, forse in Slovenia. La scelta dell'anonimato è già di per sé una dichiarazione d'intenti: rifiutando il concetto d'autore e di copyright, gli 01 (chiamiamoli così, per brevità) propongono un modo innovativo di fare arte, più conforme alle nuove forme di produzione e fruizione artistica che la Rete impone. Lo stesso nome 0100101110101101.org, inoltre, obbliga chi lo voglia scrivere a copiarlo/incollarlo innumerevoli volte, proponendosi quindi come inevitabile plagio di se stesso.

Alla 49° Biennale si presentano con un progetto avviato nel gennaio di quest'anno, e finanziato dal Walker Art Center di Minneapolis: life_sharing (anagramma di file_sharing, ma in fondo, in quest'epoca sempre più digitale, non è un po' la stessa cosa?). L'idea è semplice: per un anno intero il contenuto del loro hard disk sarà aperto, 24 ore su 24, a tutti i visitatori del sito, che potranno in questo modo accedere a tutti i loro progetti, passati e futuri, frugare negli archivi, utilizzare free software, addirittura leggere la loro posta privata.

Come per i software peer to peer (gli stessi utilizzati da siti come Napster, per intenderci) si torna ai primordi della Rete, quando Internet era fondamentalmente uno scambio di informazioni tra diversi computer connessi direttamente fra loro. La "battaglia" per la libera circolazione di idee e conoscenza attraverso il Web è d'altronde uno degli elementi portanti dell'attività degli 01, che nel giro di poco più di due anni ha visto succedersi numerose azioni-provocazioni, diverse fra loro, ma unificate da una notevole coerenza di intenti: il loro lavoro affronta direttamente le contraddizioni dell'arte nell'era digitale, confrontandosi sul campo con temi come l'autenticità, il concetto d'autore e di network, il copyright ed il plagiarismo.

L'arte, dunque, nell'epoca della sua riproducibilità digitale, può essere solo "un grande plagio": il concetto di copyright è obsoleto, destinato a scomparire nel momento in cui scompaiono le condizioni socio-economiche che l'avevano visto nascere. La Rete ­ che per gli 01 può essere solo "un enorme, infinito scambio di informazioni e influenze" - impone nuove forme di produzione, non solo artistica, in primis l'eliminazione della figura del mediatore fra pubblico/utente ed artisti. Superare la nozione d'autore significa anche superare ­ sono ancora parole loro ­ "le contraddizioni del capitalismo", abbattendo il dualismo tra proprietà pubblica e privata, fornendo un modello empirico che garantisca la libera distribuzione e fruizione del sapere.

D'altronde no copyright non coincide con no profit, tanto che il prossimo progetto degli 01 è proprio quello di trasformare il loro dominio da .org a .com, in modo da poterlo sfruttare a fini commerciali. La loro nuova homepage sarà infatti letteralmente invasa da banners pubblicitari, affastellati ed amalgamati fra di loro, mescolati a immagini disparate di marchi ed oggetti di largo consumo, in una sorta di gigantesco, incomprensibile melting pot consumistico. Insomma, l'esasperazione della pubblicità porta alla sua negazione, il moltiplicarsi delle offerte si trasforma in una impossibilità all'acquisto, così come l'apparente negazione della volontà di creazione artistica originale genera nuove modalità di approccio all'arte.

Prima di parlare del futuro degli 01, però, sarà forse il caso di riassumere brevemente il loro passato.

Si fanno conoscere per la prima volta nel maggio del 1998, con la creazione virtuale ­ "mitopoiesi", la chiamano loro - di Darko Maver, immaginario artista-performer serbo che girava per la ex Jugoslavia inscenando massacri dentro motel e case disabitate con manichini di uomini e donne orrendamente trucidati. Di Darko Maver gli 0100101110101101.org ricostruiscono nel loro sito la vita e le opere, fino alla morte in carcere, avvenuta a di Podgorica il 13 gennaio 1999 (ma la "notizia" viene divulgata via internet solo il 30 aprile 1999, con la pubblicazione della fotografia del cadavere di Darko). Lo scherzo (prank, nel gergo hacker-informatico) è stato rivelato alla scorsa edizione della Biennale di Venezia, all'indomani della proiezione del film documentario "Darko Maver ­ L'arte della guerra" (23 settembre 1999). L'invenzione di Maver si trasforma in questo modo in una denuncia della "grande truffa dell'arte", capace di fagocitare e trasformare in merce tutto quanto era vita e creazione artistica. Marko Daver è una creatura puramente mediatica, eppure la sua esistenza acquista uno spessore sempre maggiore, fino a diventare protagonista di mostre in gallerie reali (come la Kapelica a Lubjana), di recensioni, articoli, segnalazioni in rinomate e altrettanto reali riviste.

La successiva provocazione degli 01 fu la "clonazione" del sito Hell.com, galleria virtuale di Net-Art ad accesso riservato, che Birkut & Co. scaricarono e riprodussero sul proprio sito ­ liberamente consultabile da chiunque - in occasione della mostra virtuale "Surface", organizzata da Hell.com nel febbraio del '99. La reazione degli ideatori di Hell.com non si fece attendere: il giorno dopo il "plagio", K. Aronson (proprietario di Hell) li accusò di violazione delle leggi del copyright. Oggi, grazie a life_sharing, Hell.com è ancora in linea, aperto a chiunque, nel sito 0100101110101101.org.

La seconda vittima di 01 fu Art.Teleportacia, altra galleria web, che mette in vendita opere di Net-Art, - o meglio, il loro dominio: anche Teleportacia fu clonata e risucchiata dentro il sito 01, con contenuti sottilmente alterati, a lampante dimostrazione che la proprietà del dominio non è garanzia di originalità. Nel settembre del '99 tocca a Jodi, altro sito pioniere della Net-Art: in questo caso il sito viene scaricato e replicato in maniera assolutamente identica dentro a 0100101110101101.org.

La più provocatoria delle loro beffe - ma, paradossalmente, anche quella che attirò meno l'attenzione - fu la creazione di www.vaticano.org: per un anno intero, dal dicembre '98 al dicembre '99, il dominio ospitò un sito identico, nella grafica e nell'impostazione, a quello ufficiale della Santa Sede, i cui contenuti però erano stati oggetto di un sottile lavoro di revisione. Errori, testi eretici, nonsense (come le mail del Papa in persona che invia i pellegrini nelle località più sperdute!), addirittura pezzi di canzoni degli 883 erano inseriti e mimetizzati così bene che nessuno tra le migliaia di utenti che in quell'anno visitarono il sito si accorse mai della falsificazione. Come per Darko Maver furono gli autori stessi a rivelare retroattivamente la beffa, quando la società che gestiva il dominio si rifiutò di rinnovare il contratto.

Le provocazioni di questi enfants terribles della Rete, tuttavia, non sono dirette tanto contro le persone o i gruppi che subiscono il plagio, quanto utilizzate come mezzo per risvegliare nel pubblico il senso critico, insinuando in esso il dubbio: così come Darko Maver è stato inventato dal nulla, chi dice che anche altri artisti non siano stati una creazione a tavolino? E ancora, che differenza c'è fra un artista inesistente fisicamente ma virtualmente presente, ed un artista reale, ma "inventato" da galleristi e critici? L'intento di Birkut & Co. è attuare la "sovversione del mezzo"- sono ancora parole loro ­ "che diviene metafora della sovversione tout court, e risveglia la coscienza del fruitore" (Intervista a Britannica, luglio 2000). Così, i manifesti programmatici di Darko, anch'essi pubblicati in Rete, altro non sono che un'accozzaglia insensata di deliri necrofili e cannibalistici, e tuttavia sono stati seriamente recensiti da alcuni critici di fama.

"Sovversione del mezzo" significa anche rifiuto dell'interfaccia grafica, dell'abbellimento del web designer, per lasciare invece scoperti i meccanismi di funzionamento del pc, in netta controtendenza rispetto alle "mode" della Rete, invasa da siti con grafiche sempre più ricercate. A prima vista, infatti, il loro sito appare incomprensibile, non navigabile ­ sorta di enorme labirinto informatico, all'interno del quale è fin troppo facile perdersi nei meandri delle directories e sub-directories. Questo rifiuto di ordinamento, non casuale, ma anzi voluto e ricercato, coincide d'altra parte con il disordine della vita reale e della mente umana, della quale life_sharing vorrebbe proporsi come replica digitale. In questo modo gli 01 provocano il visitatore, obbligandolo a vagabondare e a perdersi per le pagine del sito, costringendolo a costruire di volta in volta un suo proprio percorso, che sarà necessariamente diverso ad ogni visita. Life_sharing è denuncia, invito e provocazione allo stesso tempo: sorta di "grande fratello" informatico, aperto al voyeurismo eppure ermetico, sta lì a dimostrarci che la privacy è oggi un concetto inapplicabile, che la quantità di informazioni che è possibile monitorare su un individuo è enorme. È provocazione per i contenuti (tutte le loro beffe passate sono infatti in linea ), ed allo stesso tempo esplicito invito al plagio. I plagiatori si offrono al plagio, invitano apertamente alla copia e alla replicazione.

Con life_sharing l'opera d'arte coincide con la sua stessa visibilità.