Da "Extrart", Maggio 2004
Tre domande a 0100101110101101.ORG
Intervista a cura di Mario SaviniDalla ricerca concettualmente molto forte, da sempre contro i diritti d’autore, gli italiani 0100101110101101.org spostano, principalmente nel World Wide Web, i “furti” più accattivanti degli ultimi tempi. Hanno scoperto la Net.art nell’estate del ’98 e da quella volta ne sono letteralmente intrappolati. Grazie ad una straordinaria irresponsabilità, oggi vivono il fascino della fuga e delle finzioni credibili sempre più coinvolgenti. Mai lasciati in pace, ricercati dal Vaticano per aver gettato nella rete la forma plagiata del sito della Santa Sede, gli 0100101110101101.org continuano, decisi più che mai, nelle loro azioni di “sabotaggio”. L’ultimo provocatorio, magistrale “baffo” è Nike Ground, una falsa campagna pubblicitaria della Nike che annuncia l’acquisto di una delle più importanti piazze di Vienna, Karlsplatz, da rinominare, ovviamente, Nike Platz, e che vede, al centro, un monumentale Swoosh di 36 metri. Un bel gioco, una sorta di effetto collaterale che parte da una torta all’LSD e che arriva alle reazioni più possibili ed immaginabili. Gli artisti, come sempre, hanno vinto e, bene, ci ricordano che, proprio a Karlsplatz, nello storico palazzo della “Secessione Viennese”, c’è una frase che recita: “Ad ogni tempo la sua arte. Ad ogni arte la sua libertà”. Il loro dominio: http://www.0100101110101101.org
Cosa significa per voi essere netartisti?
La net.art è il primo movimento artistico degli ultimi vent'anni che non sia nato negli USA, e questo ci ha sempre affascinato. Abbiamo scoperto la net.art nell'estate del 98, a Ljubljana, e da quella notte non abbiamo più avuto un attimo di tregua.
Ha significato molte cose: successo internazionale immediato, vita nomade, un piacevole senso donnipotenza e infine non avere uno studio puzzolente dolio e solventi vari. Ma significa anche non mangiare per giorni interi e dormire quando capita.
Questo significava net.art, il piacere di provocare situazioni surreali sull'altra faccia della terra, in modo irresponsabile, perché eravamo completamente ubriachi di libertà, potevamo comunicare con tutti, subito, gratis e a volte ne abbiamo anche abusato, non c'è dubbio. Ci siamo trovati in un bordello di Seoul, dopo tre giorni e tre notti davanti al computer, senza dormire e mangiare, alterati dal fuso orario e dalle anfetamine, rispondendo ad email e telefonate da tutto il mondo e continuando a forzare la situazione, a giocare il nostro ruolo fino in fondo, fino a che le cose non sono precipitate e siamo crollati al suolo. Solo dopo abbiamo capito cosa avevamo fatto, e le conseguenze che ha avuto. Abbiamo promesso che non l'avremmo più fatto. Ma dopo tre mesi ci siamo ricascati. Non riusciamo a fermarci.
Siamo stati quasi arrestati a Lubiana, denunciati dalla Nike, ricercati dal Vaticano e dalla Symantec, attaccati da PSINet e dal ministro della cultura coreano, e contemporaneamente siamo stati probabilmente i più giovani artisti mai inclusi nella Biennale di Venezia, abbiamo esposto a Manifesta, Ars Electronica e al Walker Art Center, parlato in centri culturali e università di mezzo mondo, vissuto dappertutto, guadagnato e sperperato una montagna di soldi. Tutto questo in cinque anni. Questo ha significato la net.art, un mix inedito di Dada, Cyber Punk, Hacking, Yuppismo Dot Com, psichedelia e Futurismo alla Marinetti. Il meglio del 900 compresso, frullato e ingerito a dosi sbagliate. Quando ci sveglieremo vi sapremo dire come ci si sente il giorno dopo.
E le vostre azioni hacking?... Sono come i baffi alla Gioconda?
Forse, con la differenza che Leonardo non si è mai incazzato, mentre a noi non ci lasciano mai in pace, sembra che ogni cosa che facciamo venga sempre fraintesa e interpretata come un attacco a qualcuno o qualcosa. Ad ogni modo Duchamp ci ha influenzato parecchio ma mai quanto Andy Kaufman, i Sex Pistols, Alfred Jarry o i Kraftwerk.
Come si sviluppa la vostra ultima ricerca? Cos'è Nike Ground?
Nike Ground è nato in Spagna. Una notte, a Valencia, abbiamo mangiato una torta senza sapere che era stata "condita" con dell'LSD. Per un giorno intero siamo stati completamente straniati, giravamo a vuoto per le strade e "vedevamo" come la città sarebbe stata in futuro. L'esperienza è stata così surreale che abbiamo pensato quanto sarebbe stato bello farla provare ad un'intera città. In principio non sapevamo come ottenere tutto questo senza usare una droga, senza mettere dell'acido nell'acquedotto. Per coincidenza ci hanno dato a disposizione un container hi-tech di tredici tonnellate nella piazza principale di Vienna, non capita mica tutti i giorni. Allora abbiamo colto l'occasione per concretizzare quella visione. Per quest'opera volevamo usare un'intera città come palco per un'enorme performance iper-reale: produrre un'allucinazione collettiva per alterare la percezione della città in modo totale e immersivo.
Abbiamo usato questenorme container per creare una falsa campagna pubblicitaria della Nike. Il container è stato trasformato nel Nike Infobox che annunciava lacquisto di una delle piazze storiche di Vienna, Karlsplatz, da parte della multinazionale dell'abbigliamento. Karlsplatz avrebbe presto cambiato nome in Nike Platz e nel bel mezzo della piazza avrebbero eretto un monumento di 36 metri a forma di Swoosh, il logo della Nike. Una scritta a caratteri cubitali invitava i cittadini ad entrare nel Nike Infobox per scoprire il progetto della nuova piazza. Nel container, due affascinanti "rappresentanti" della multinazionale illustravano gli imminenti cambiamenti della piazza attraverso le pareti trasparenti.
Questa performance è durata un mese ed ha coinvolto migliaia di persone, è stata ripresa da centinaia di quotidiani, riviste e programmi TV in tutta Europa.
Il progetto era nato come un'assurdità, un modo per concretizzare una visione, ma mano a mano che la performance si sviluppava si è caricata di molti altri significati, come la questione dell'egemonia culturale statunitense, lo stravolgimento dello spazio pubblico nelle città europee e soprattutto il diritto al riutilizzo dei simboli che ci vengono imposti con ogni mezzo e che entrano perciò a far parte della nostra quotidianità. La Nike è un ottimo soggetto per un'opera d'arte, lo Swoosh è probabilmente il logo più visto sulla faccia della terra, più dogni altro simbolo politico o religioso, lo vediamo Swoosh in giro da quando siamo nati, è naturale che ci venga voglia di utilizzarlo prima o poi, pensiamo che sia un nostro diritto.
Quando la macchina mediatica si è messa in moto c'è quasi stata una sollevazione cittadina. I giornali hanno ricevuto centinaia di lettere ed email di protesta, da parte dei viennesi indignati.
La Nike ha immediatamente rilasciato una denuncia di 20 pagine pretendendo 78.000 Euro per danni. La cosa ha stupito tutti quanti, non è la prima volta che in campo artistico vengono riutilizzati marchi commerciali, è come se la Campbell's, al tempo, avesse denunciato Warhol.
Noi abbiamo ignorato l'ultimatum e proseguito con la performance fino a fine ottobre, perché questa era l'idea iniziale e volevamo andare fino in fondo. Poco dopo il tribunale di Vienna ha dato ragione a noi. Abbiamo vinto! E questa vittoria prova almeno una cosa: questi simboli appartengono alla gente che li vive ogni giorno.
Curiosamente, proprio di fronte al Nike Infobox a Karlsplatz si trova lo storico Palazzo della "Secessione Viennese", costruito da Joseph Olbrich nel 1898. All'entrata dell'edificio è riportato a grandi lettere dorate il motto del gruppo: "Ad ogni tempo la sua arte. Ad ogni arte la sua libertà".